2017

"Da qui a dieci anni questi non hanno scampo!"

“Da qui a dieci anni questi non hanno scampo! Ecco il motivo principale per cui mi sono pentito”. Il 31 ottobre 2013 la Camera ha reso pubblici gli atti della Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti riguardanti le dichiarazioni del pentito del clan dei Casalesi, Carmine Schiavone, messe a verbale il 7 ottobre 1997. Carmine è il cugino del boss del clan, Francesco Schiavone conosciuto come “Sandokan” che fu condannato nel 2008 all’ergastolo sotto il regime del 41 bis. Il collaboratore consegnò 16 anni fa documenti relativi al traffico dei rifiuti al Criminalpol, fatti che sono stati riscontrati nella realtà e considerati attendibili. Ora la sua deposizione è disponibile sul sito della Camera dei Deputati, sezione Archivio storico, ed è accessibile a tutti.
Nella sua deposizione dell’epoca,  Schiavone racconta che il traffico dei rifiuti incominciò nel 1988, quando l’avvocato Chianese Ciprano  già operante nello smantellamento dei rifiuti, si mise in affari con il boss Sandokan, Francesco Bidognetti e Gaetano Cerci.
Il traffico da miliardi di lire fu possibile grazie anche ad amicizie molto influenti nel Nord d’Italia: Chianese Ciprano che nel 1994 aveva sfiorato addirittura l’elezione alla camera con Forza Italia, apparteneva ad un circolo culturale occultante una Loggia massonica, di cui faceva parte anche Gaetano Cerci che dalle ricostruzioni sembra sia stato in contatto anche con Licio Gelli, il fondatore della P2. Schiavone, intervistato da Il Fatto Quotidiano, racconta anche che Licio Gelli gestiva attraverso delle società e cooperative nel nord d’Italia, il trasporto di rifiuti tossici e nucleari provenienti anche dall’estero (ad esempio dalla Germania arrivavano fanghi termonucleari).

Il collaboratore che all’epoca gestiva la cassa dei traffici di rifiuti racconta: “All’epoca  tenevo ancora il relativo registro (la cassa del clan, ndr) in cui figurava che per l’immondizia entravano 100 milioni al mese, mentre poi mi sono reso conto che in realtà il profitto era di almeno 600/700 milioni al mese”.
I rifiuti e i rifiuti tossici e nucleari venivano infilati in scavi abusivi che erano profondi dai 20 ai 24 metri in media, ma molte volte superavano anche le falde acquifere di 4, 5 o addirittura 7 metri, inquinandole di conseguenza. Le società, gruppi come Alfieri e Italstrade, incassavano i mandati a Roma, ma poi tutto veniva gestito in subappalti in mano ai Casalesi. “A seconda delle diverse zone, avevamo le nostre ditte o quelle a noi vicine, che ci favorivano in vari modi, ad esempio pagandoci tangenti” spiega il collaboratore.
Proprio il gruppo Italstrade, nel lontano 1988, doveva realizzare la superstradaCaserta-Napoli-Nola, che poi passò tutto in subappalti “dai 16 miliardi iniziali divennero migliaia”. I lavori che poi venivano gestiti dalle ditte dei casalesi, consentivano loro di prendere la terra dagli scavi dei lavori della superstrada e portarla a chilometri di distanza per sotterrare le buche abusive. La superstrada stessa è stata costruita sui rifiuti!
Addirittura il collaboratore racconta che nel 1990 a Casal di Principe, suo genero era stato denunciato dai carabinieri per aver messo nel terreno della parrocchia rifiuti tossici; il terreno era stato messo a disposizione dal parroco per aver sposato la figlia di Schiavone. Dietro ai campi sportivi della parrocchia quindi la terra è piena di rifiuti nocivi.
Il pentito inoltre racconta che il meccanismo dello smaltimento dei rifiuti era uguale in tutto il sud d’Italia dal basso Lazio in giù. Le regioni contaminate sono Campania, Puglia, Sicilia, Calabria e Molise. Fino al 1992, anno in cui Carmine Schiavone è stato arrestato, sono state sotterrate circa 341 mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi, 160 mila di rifiuti speciali non pericolosi e 305 mila di immondizia solida urbana. Un vero e proprio disastro ambientale che pesa sulla salute delle prossime tre generazioni almeno, e che vede collusa politica e mafia. Per bonificare la zona ci vorrebbe di più di quanto lo Stato incassa in un anno.

Il professionista delle leggi: come diventare avvocato

Per svolgere questa ambita attività lavorativa sono richieste alcune qualità particolari. Innanzitutto bisogna essere dei buoni oratori, una qualità grazie alla quale è possibile fare carriera in questo mondo. Ma ci vogliono anche tanta curiosità, massima dedizione e una grande passione. Perché il percorso per diventare avvocato è lungo e pieno di ostacoli.

Ma è anche un percorso formativo che darà alla persona delle grandissime soddisfazioni. E questo, insieme a delle spiccate attitudini personali, rappresenta il punto di partenza per diventare un giorno avvocato.

1) Laurea. La strada per diventare avvocato comincia ovviamente con la laurea in Giurisprudenza. In particolare il percorso di studi deve essere di cinque anni, e quindi il più classico dei 3+2, composto da laurea triennale e da laurea specialistica/magistrale.

2) Tirocinio. Subito dopo la laurea bisognerebbe cominciare con il periodo di tirocinio di 18 mesi, che permetterà al futuro avvocato di cominciare a fare esperienza sul campo. Il praticantato può essere svolto per tutti i 18 mesi presso lo studio di un avvocato (che sia iscritto all’Albo da almeno cinque anni). Per la durata massima di un anno il tirocinio può anche essere svolto presso l’Avvocatura dello Stato, l’ufficio legale di un ente pubblico, un ufficio giudiziario, o con il conseguimento del diploma delle “scuole Bassanini”.

3) Esame di Stato. Solo al termine dei 18 mesi di tirocinio il futuro avvocato potrà sostenere l’esame di Stato. Una volta superato si ottiene l’abilitazione a esercitare la professione e, a tutti gli effetti, si diventare avvocato. L’abilitazione da avvocato la si può ottenere già dopo un anno di praticantato, diventando quello che informalmente si definisce “mezzo avvocato”.

4) Civile, penale, amministrativo. Queste sono le tre grandi branche del diritto. Un buon avvocato dovrebbe scegliere in quale di queste “specializzarsi”, e indirizzare quindi la propria carriera.

Con l’esame di Stato e l’abilitazione termina il percorso per diventare avvocato e si è pronti a esercitare la propria professione.

Il test d’ammissione alle scienze infermieristiche

Il test d’ammissione alle scienze infermieristiche è un passo fondamentale per tutti i neodiplomati che vogliano entrare nel mondo delle discipline sanitarie. Muniti fin da subito di una solida cultura generale, potranno aspirare a un lavoro in cui affiancheranno medici e primari nel curare e sostenere le persone malate, fornendo un servizio di qualità per la società in cui vivono.

Dal momento che l’accesso al corso di laurea è a numero programmato, bisogna superare una prova a quiz, per la quale lo studente deve aver conseguito il diploma di maturità presso un Istituto Superiore italiano o estero, riconosciuto dalla legge. L’infermieristica infatti, essendo una scienza, presuppone la padronanza tanto delle materie umanistico-letterarie, quanto quella degli argomenti logico-matematici e fisico-naturalistici.

Il test d’infermieristica non è esclusivo di alcuni Istituti: dato che il corso di laurea è presente nella maggior parte delle università italiane, ogni singolo Ateneo mette a disposizione degli aspiranti infermieri un certo numero di posti, per i quali concorrere attraverso i quiz. In linea generale, il periodo per iscriversi al test di scienze infermieristiche è quello estivo, immediatamente successivo agli esami di maturità, che viene indicato online, all’interno dell’apposita sezione nel sito del corso.

Il test di ammissione a scienze infermieristiche è composto di sessanta domande a risposta multipla, e deve essere correttamente compilato in novanta minuti, scegliendo la risposta esatta tra le cinque possibilità proposte. I quesiti sono strutturati in cinque diverse sezioni, che riassumono l’essenza delle conoscenze richieste per accedere al corso di studio. La prima riguarda la cultura generale, con cinque domande attinenti la storia, la geografia, la letteratura e l’attualità. L’argomentazione logica attraverso ragioni e conseguenze viene proposta nella seconda batteria di venticinque domande, a partire dall’analisi di un testo scientifico o narrativo di un autore famoso. Le ultime tre parti sono invece le più importanti e riguardano la biologia, la chimica, la fisica e la matematica.

Per ciò che attiene la biologia, il test d’infermieristica somministra quesiti a tutto tondo, incentrati sulle proprietà delle molecole, la loro morfologia, la loro aggregazione in tessuti, la composizione degli organismi viventi, il loro sviluppo e la loro associazione in masse differenziate per genere, per specie e per comportamento. Inoltre, non vengono trascurate le teorie di spiegazione complessiva dei fenomeni biologici, come quella dell’evoluzione attraverso la selezione, quella dell’ereditarietà e degli ecosistemi.

Tuttavia, un’adeguata comprensione delle affascinanti scoperte biologiche presuppone conoscenze più a monte, legate al mondo dell’inorganico. Per questa ragione, il test di ammissione alle scienze infermieristiche è pensato per appurare le conoscenze in chimica degli aspiranti studenti. Le domande vertono perciò sui costituenti della materia come gli atomi, sulla loro struttura e unione in molecole, sulla tavola degli elementi, sulle loro proprietà e trasformazioni attraverso reazione.

Per finire, i quiz d’infermieristica si concentrano sulla verifica delle nozioni di fisica e di matematica, proponendo ai candidati quesiti su pesi e misure, statica e elettrostatica, su dinamica e termodinamica, su magnetismo ed elettromagnetismo, oltre che sulla  geometria, l’aritmetica, la probabilità e la statistica.

La prova si svolge generalmente nei primi giorni di settembre e i risultati vengono pubblicati a distanza di circa una settimana. A partire dal punteggio conseguito da ogni singolo candidato, il corso di laurea si occupa della formazione della graduatoria, collocando più in alto coloro che sono stati ammessi.

Se la vostra passione per le scienze infermieristiche è grande e intendete superare a ogni costo il test, vi consigliamo di concentrarvi al massimo nello studio approfondito delle materie suddette, utilizzando i libri del liceo, i manuali specifici per i quiz e cercando di munirvi di qualche testo che tratta delle discipline sanitarie, magari chiedendolo in prestito ad amici, conoscenti o presso le biblioteche comunali.

Guidare senza inquinare è possibile!

Nuovi esperimenti, nuovi motori, nuovi carburanti, nuove tecnologie: da diverso tempo ormai sentiamo parlare di possibilità alternative alle nostre automobili, che ancora funzionano con il vecchio (anzi vecchissimo) motore a scoppio e con l’utilizzo di derivati del petrolio.
La sensazione però è che per ancora molto dovremo accontentarci di questa tecnologia obsoleta, dei consumi e dell’inquinamento che provoca, perchè siamo stati praticamente convinti che non esistano strade alternative, almeno per il momento.

Una convinzione più che mai errata, visto che le tecnologie alternative esistono eccome: andrebbero solo sviluppate o in certi casi, come quello che andremo ad analizzare, semplicemente messe in produzione, perchè già funzionanti.
Proprio in Italia abbiamo un esempio di una vera e propria invenzione che potrebbe essere messa al servizio dell’uomo e potrebbe finalmente portare ad una innovazione nel campo delle automobili, ma non solo: è la Hydromoving Technology.

Tale tecnologia, sviluppata e brevettata dall’italiano Lorenzo Errico, permette di separare le molecole d’acqua in una miscela gassosa di Idrogeno e Ossigeno che esplode velocemente a circa 530°C o ad alta pressione. Il metodo da lui egregiamente sviluppato, ha ricevuto la certificazione dall’Ufficio Internazionale Brevetti di Monaco di Baviera, come Invenzione a tutti gli effetti con classificazione “ A “, quindi priva di qualsiasi anteriorità in tutto il mondo. Il sistema sviluppato, a bassissima energia impiegata per la dissociazione delle molecole di H2O, permette di abbattere notevolmente i consumi di energia elettrica, e di conseguenza consumi di carburante  ed emissioni nocive.

Quindi, un’auto che funziona con un motore Hydromoving è in pratica un ibrido di benzina (o diesel) e idrogeno. Questa tecnologia infatti opera grazie ad un generatore che tramite un processo detto di “elettrolisi”, permetterà alla vettura di produrre idrogeno autonomamente. E’ sufficiente utilizzare normale carburante, perchè l’idrogeno prodotto dal generatore viene diretto al motore, quindi si mescola al combustibile fossile (benzina, gasolio, GPL) e i due vengono poi “bruciati”. La presenza di idrogeno nella miscela aria/carburante permette una combustione pressoché totale, riducendo così il carburante necessario e la quantità di inquinanti nei gas di scarico.

Infatti sono proprio i consumi e le emissioni a rendere la tecnologia Hydromoving davvero innovativa. Lorenzo Errico ha avuto la possibilità di testare la sua invenzione su due vetture sportive Nissan 370 Z, con cui ha eseguito dei test che sono stati certificati da vari Enti Internazionali. I risultati ottenuti sono stati davvero incredibili: riduzione del 30% dei consumi e soprattutto riduzione di quasi il 90% delle emissioni nocive di idrocarburi. Le prestazioni della vettura non ne risentono: accelerazione e velocità massima rimangono inalterate, ma semplicemente utilizzando 5 litri d’acqua ogni 5000 km, si risparmia un pieno ogni tre e praticamente non si inquina l’ambiente!

Provate a pensare ad una Ferrari Testarossa che sfreccia sulle strade delle colline romagnole muovendosi ad acqua: sarebbe la riconciliazione tra tecnologia e natura. Quanto ancora dovremmo aspettare per vedere ciò diventare realtà davanti ai nostri occhi? La tecnologia Hydromoving è il prossimo passo verso questa direzione. E’ qualcosa di concreto, di realizzabile oggi, alla faccia degli scettici e dei fan delle compagnie petrolifere. Perchè non arrivano fondi per sviluppare questi progetti, mentre ogni anno escono nuovi modelli di automobili, tutte uguali a quelle precedenti?
La nostra terra inizia a chiederci il conto, a non tollerare più la sua continua distruzione. Ma l’uomo ha le potenzialità per invertire rotta, per andare verso un mondo più pulito, in tutti i sensi. L’inquinamento non è una condizione imprescindibile per il nostro mondo moderno, ce la siamo imposta. Dobbiamo credere in un cambiamento, investire nella nostra genialità: la soluzione esiste e in parte è già sotto i nostri occhi.